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Tre autocritiche (costruttive) al ruolo esclusivo dell’idrope per acufeni fluttuanti che nessuno mi ha mai fatto…

Se i medici manco  leggono il mio sito  e si disinteressano completamente all’argomento e i pazienti non hanno conoscenze sufficienti per farle loro le critiche ovvio che sono costretto a farmele da solo.

Ci ho pensato molto, negli anni, perché sono anni che mi pongo alcuni dubbi, ma finora ho ritenuto che potesse essere “pericoloso” fare una autocritica che poteva essere fraintesa come debolezza del ragionamento di base che è fondamentalmente corretto e che è alla base della cura che ne deriva e dei sui indiscutibili successi. E non avrebbe avuto poi nessuna utilità pratica. Ora mi sento pronto per farle delle autocritiche al ragionamento di base perché ho trovato il modo di renderle almeno in parte utili dal punto di vista pratico.

Partiamo dalla base: “Ogni acufene con fluttuazioni di intensità tali da essere evidentemente percepibili nel silenzio in condizioni base, assenza di competizione esterna e mascheramento da parte del rumore e a parità di attenzione prestata è sempre almeno in parte dovuto all’idrope e con l’opportuna terapia anti-idrope, trattabile. Se la fluttuazione determina reversibilità totale e quindi fasi di comparsa e scomparsa dell’acufene , quell’acufene è allora dovuto ESCLUSIVAMENTE  all’idrope e questo esclude danni permanenti come possibile causa di acufene.

Esclusivamente? Forse NO…

Con la mia ben nota mania degli esempi pratici, pensate al cambio tra due valute ad esempio tra euro e dollaro e alle sue fluttuazioni. Se non prendete come riferimento un altra valuta non avete nessun modo di saper se la variazione è dovuta a aumento o riduzione del valore dell’uno o dell’altro. E’ il dollaro che cresce o l’euro che cala?.. o magari entrambi? Ma se poi confrontate con altre valute e vedete che una delle due perde o guadagna con tutte le altre mentre l’altra magari non cambia, potete darvi una risposta.
Dire solo.. l’euro scende o cala comparandolo a una sola valuta quindi non tiene conto della variazione dell’altra componente di riferimento della “coppia”.. Questo ragionamento avrebbe senso solo se una delle due valute avesse valore fisso immodificabile. Ad esempio se il dollaro avesse sempre lo stesso valore fisso un eventuale variazione del cambio tra le due potrebbe solo ovviamente essere imputata a maggior o minor valore dell’euro.

Nel mio modello-teoria (che poi tanto teoria non è basandosi su dati certi di anatomia e fisiologia) io tengo sempre conto di un solo valore… l’intensità dell’acufene come espressione di una aumento o riduzione del fenomeno che lo “produce”…

Ma.. e se esistessero anche meccanismi di tipo inibitorio o elementi intermedi tra quella produzione e l’effettiva percezione finale o comunque in grado di agire da cofattori insieme all’idrope stesso?

Tre elementi che certamente potrebbero essere in causa come cofattori in effetti ci sono e forse è il caso che si cominci a tenerne conto sebbene  sia assolutamente confermato che nessuno di loro è il responsabile primario della creazione del segnale bioelettrico che giunto a livello di coscienza definiamo “acufene”.

L’amplificazione cerebrale, la tuba di Eustachio, l’articolazione temporomandibolare.

Attenzione, nessun passo indietro o mea culpa.. Confermo assolutamente che la tuba di Eustachio e le patologie dell’orecchio medio non sono in nessun modo in grado di creare un acufene e ovviamente manco l’articolazione temporomandibolare e che da solo il cervello non si produce acufeni (quanto meno non a livello di corteccia cerebrale,  meccanismi sottostanti a livello delle vie uditive potrebbero in effetti “creare” un acufene fisso ma non ne sappiamo nulla).

In questa mia “autocritica” mi limiterò non solo a mettervi la “pulce nell’orecchio” (magari le pulci mangiano gli acufeni :-)) per stimolare il ragionamento, ma acennerò anche a possibili implicazioni che intendo presto tradurre in pratica ove possibile.

AMPLIFICAZIONE CEREBRALE E MECCANISMI INIBITORI

E se esistessero dei circuiti neuronali in grado di modificare la percezione dell’acufene a parità di meccanismo produzione? E se questi meccanismi inibitori a volte più efficaci e a volte meno fossero in parte responsabili delle fluttuazioni di percezione dell’intensità dell’acufene? E’ possibile che l’efficacia indiscutibile dei neurofarmaci agisca non solo quale ombrello antistress o come riduzione dell’ansia anche su qualche aspetto di tipo inibitorio potenziandolo sebbene non sappiamo quale e dove il sistema avverrebbe questa azione. Quel che non sapete infatti è che con certezza documentata oltre a un flusso di segnali nervosi tra orecchio e cervello esiste anche un flusso contrario molto minore di segnali elettrici tra cervello e orecchio ma nessuno ha mai assolutamente capito a cosa serva. Inoltre ma questo potrebbe comunque agire a livello dell’idrope esiste una innervazione neurovegetativa dell’orecchio che potrebbe determinare variazione della secrezione con un meccanismo complementare a quello dell’ormone antidiuretico a me tanto caro.

Applicazione pratica possibile: Non ci sono test specifici purtroppo per valutare questo aspetto ma potrebbe avere un senso proporre una base di neurofarmaci a dose ridotta priva di qualunque effetto collaterale da mantenere per più tempo come stabilizzatore aumentando la dose del farmaci o dei farmaci (bisognerebbe capire anche quale potrebbe avere questo effetto di tipo inibitorio considerato che io associo più farmaci) al bisogno per gestire al meglio le fluttuazioni senza dovere per forza ricorrere a una terapia costantemente a dosi alte. Ho avuto conferma che questo si può fare senza problemi purché la variazione del farmaco sia proporzionalmente contenuta e mantenuta solo per pochi giorni al massimo, ma devo essere io a prescrivere questo di volta in volta, quindi che a nessuno venga per ora in mente di applicarlo su se stessi.
Potrebbe essere, comunque, se efficace una bella rivoluzione nella terapia con neurofarmaci.

RUOLO DELLA TUBA DI EUSTACHIO E DELL’ORECCHIO MEDIO

Per chi non lo sapesse la tuba di Eustachio è quel condotto in parte fibrocartilagineo e in parte osseo che  mette in comunicazione l’orecchio medio con lo spazio retrostante le cavità nasali, ovvero il rinofaringe.

tuba

Sia ben chiaro: l’acufene deriva solo ed esclusivamente dall’orecchio interno e quindi non da otiti, problemi nasali o disfunzione tubarica.. ma…

Come molti sanno io già propongo da tempo in terapia anche insufflazioni con Otovent che aumentando la pressione dell’orecchio medio la trasmettono attraverso la finestra rotonda (unico punto di confine “debole” non costituito da robusta  parete ossea dell’orecchio interno, ma solo da una piccola membrana mobile, a parte la finestra ovale dove si inserisce la staffa) allo scopo (almeno secondo la mia idea) di “spingere” per quanto sia possibile farlo i liquidi in eccesso verso il loro punto di naturale deflusso e riassorbimento, il sacco endolinfatico.  Sullo stesso principio si basa inoltre anche la possibile efficacia della terapia iperbarica che ai fini dell’orecchio interno altro non fa che dare pressione (non è l’ossigeno ad aiutare ma la pressione)

E l’Otovent spesso fa… ma fa davvero solo quello o magari cura anche una insufficienza tubarica che pur non producendo di sicuro l’acufene potrebbe avere un ruolo?

Immaginate un altro esempio che spesso uso. Molti sanno che a Roma quando piove alcune strade diventano fiumi perché non funzionano i tombini. Ovvio che la causa primaria è la pioggia, ma se i tombini scaricassero adeguatamente il problema sarebbe senz’altro ridotto o richiederebbe un diluvio più intenso per dare in effetti delle conseguenze.

E se una non corretto funzionamento della tuba determinasse una ridotta capacità di scarico della pressione dell’orecchio medio e quindi questo impedisse a sua volta con meccanismo in direzione contraria a quello con cui dovrebbe agire l’Otovent, un adeguato scarico della pressione da parte dell’orecchio interno? In tal caso se così fosse a parità di volume dei liquidi la loro pressione seppur stiamo parlando di quote minime (ma chi lo sa quali quote servono a dare sintomi) potrebbe variare a seconda della capacità di scarico della tuba… E in effetti il sintomo che definiamo “fullness” ovvero il senso di pressione o orecchio chiuso spesso associato ad aumento transitorio dell’acufene, potrebbe derivare dall’orecchio medio (pur se dipendente dall’idrope dell’orecchio interno) piuttosto che non non direttamente dall’orecchio interno dove in effetti fibre nervose sensibili agli effetti pressori non sono mai state riscontrate.

Non sarà quindi il caso di dare maggior importanza alla tuba e alla sua capacità di equalizzazione pressoria rispetto a quanto (anche per combattere chi erroneamente attribuisce a naso tuba e catarro, l’ORIGINE PRIMARIA degli acufeni il che è assurdo)?

Qui i test diagnostici ce li abbiamo eccome e sono alla portata di tutti e possono essere fatti ovunque anche se poi di fatto raramente vengono eseguiti. Mediante l’impedenzometria infatti ma anche da soli anche se in modo meno preciso e meno obiettivo è possibile valutare la capacità della tuba  di smaltire l’eccesso di pressione dato con una manovra di Valsalva ovvero autoinsufflando l’orecchio chiudendosi le narici e spingendo (la cosiddetta manovra di compensazione che si fa durante una immersione o in aereo in fase di atterraggio). Io li facevo regolarmente quando facevo ancora esami ed in effetti riscontravo spesso anomalie monolaterali e spesso proprio dal lato dell’acufene o dell’idrope sintomatico in caso di problemi da un lato solo.

drenaggioE infatti questa cosa la sospetto da tempo  e già molti anni fa mi portò a proporre quale ulteriore ausilio terapeutico l’inserzione di un tubicino di ventilazione (drenaggio) attraverso la membrana del timpano (cosa già proposta da molti altri prima di me in realtà anche per l’idrope e da me “copiata”), una semplice procedura nata in realtà per togliere il catarro dall’orecchio medio e prevenirne la riformazione. Anzi per un certo periodo di tempo questo è stato proposto sistematicamente a quasi tutti i pazienti visto che nella mia “clinica” avevo anche la mia sala operatoria personale e la cosa era facile quindi da attuare. Ma si trattava pur sempre di una procedura chirurgica, con dei costi per il paziente, peraltro e alla fine anche se la procedura stessa offriva perfino il vantaggio di potersi auto-somministrare cortisone nell’orecchio, non verificando vantaggi tali da giustificare la procedura in TUTTI i pazienti l’ho abbandonata.

Non avrebbe alcun senso in effetti proporla sistematicamente a tutti ma perché non farlo con i casi più difficili, con quelli che nonostante tutto continuano ad avere evidenti fluttuazioni, soprattutto se l’auto-esame di screening (che possono fare tutti in un attimo da soli), magari confermato da test di funzionalità tubarica con impedenzometria, rivelasse che in effetti la tuba scarica meno?

Purtroppo qui tra il dire e il fare c’è di mezzo… il dottore.

Io ormai come sapete da anni faccio praticamente solo consulenza via skype e non avrebbe senso cambiare le cose solo per questo credo  8anche considerato che i miei pazienti vengono da tutta Italia (mentre io in Italia non vivo più da anni) e da tutti i continenti, e purtroppo la quantità di disponibilità alla collaborazione della maggior parte miei colleghi specialisti è pari a quella di una zanzara alla quale chiedi per favore di non pungerti.

Mé poiché citando il noto film Pretty Woman (quello stupendo con Richard Gere e Julia Roberts), “Non sono mai gentili con la gente: sono gentili con le carte di credito” e considerato che di per sé la procedura (in anestesia locale) non costa tanto (qualche centinaio di euro al massimo se non sono ladri) e la possono davvero fare in tanti (oh, poi al peggio mi organizzerei io se funzionasse per fare delle sedute in Italia ogni tanto e farne io un po’ in serie a chi ne ha davvero bisogno che alla fine guadagnare non fa schifo manco a me :-), non sarà il caso di vedere se qualche specialista locale fosse disposto a collaborare in tal senso a condizione che lo specialista in questione si limiti a fare il chirurgo e a fare questo buchino nel timpano e inserirvi il tubicino di ventilazione senza dire o proporre  nulla di altro sull’acufene (almeno non prima di aver capito cos’è un acufene 😦 ) ?

Qualche volta la cosa in realtà a qualche paziente la ho già accennata… ma inserirla come procedura di routine nei soli pazienti in cui la terapia non sembra essere sufficientemente efficace a controllare le fluttuazioni (migliorano tutti in realtà ma a volte non basta) o quando siano controindicate altre terapie utili (ad esempio cortisone, uso di neurofarmaci, fleboclisi o la stessa camera iperbarica il cui problema oggi sta in realtà nella distanza magari da dove il paziente vive e nel costo a carico del paziente più che reali controindicazioni mediche) potrebbe qualcosa e forse non poco alla terapia quanto meno in casi selezionati.

Ma il cosiddetto drenaggio transtimpanico (che in realtà nel nostro caso “drenerebbe” solo pressione e non liquidi come quando lo si usa per far uscire il catarro bloccato nell’orecchio) non è peraltro l’unica soluzione… Cosa impedisce a quella tuba di funzionare correttamente pur senza essere completamente bloccata (altrimenti avrei altri problemi come l’inevitabile accumulo di catarro nell’orecchio medio). Ad esempio un muco vischioso e “colloso” che potrebbe rendere più difficile la separazione delle pareti morbide della tuba tra loro e quindi la sua apertura, o un suo rigonfiamento (edema – magari anche questo giustifica l’efficacia del cortisone).. quindi perchè non provare ad aggiungere… attenzione che qui faccio una rivoluzione .. a tutti .. un mucolitico (sciogli-muco) in terapia e vedere che succede.

Mucolitico..per acufeni…? La Torre è impazzito… ? No, purtr0ppo solo continuo con questo brutto vizio di pensare che mi accompagna da molti anni e che da molti anni applico nel mio lavoro. E no, non sono impazzito, se avete seguito il ragionamento fatto finora… Non sarebbe né per l’idrope né per gli acufeni ovviamente, sarebbe per vedere se questo permette alla tuba di aprirsi più facilmente e di smaltire meglio semmai l’eccesso di pressione trasmesso all’orecchio medio dall’idrope dell’orecchio interno, nell’eventualità che a volte magari non sia l’idrope a variare (ovvero il volume di liquido in eccesso, che ovviamente ci deve essere o non avremmo l’acufene) quando varia l’intensità, ma la maggior o minor capacità della tuba di compensarlo.

ATM (articolazione temporo mandibolare) e ACUFENE: davvero nessun rapporto?

Non provate nemmeno per un attimo a pensare che io intenda togliere dal mio video sugli acufeni Totò che dice a chi (immaginariamente) sostiene questo: “Ma mi faccia il piacere“. Eventuali disfunzioni dell’articolazione NON POTRANNO MAI CAUSARE ACUFENI O ESSERE LA PRIMA CAUSA DI ACUFENI ma semmai solo di veri rumori oggettivi percepiti dall’orecchio che non sono acufeni.

Ma se qualcuno sapesse leggere le mie espressioni (maschero bene) potrebbe capire l’enorme imbarazzo che ho quando un paziente, e capita spesso, mi chiede perché allora quando muove la mandibola l’acufene si modifica o compare un nuovo rumore.

Non lo so, questa è la verità, però anche basandomi su esperienza personale (succede in modo evidente anche a me personalmente, posso solo fare tre ipotesi che sono quelle che senza troppa convinzione in realtà, giro al paziente.

1. Aumento della percezione cerebrale come avviane ad esempio facendo qualunque contrazione muscolare anche fuori dalla muscolatura masticatoria? Poco credibile in realtà.

2. Presenza di un ligamento (anzi due, il ligamento anteriore mediale e il ligamento discomalleolare) tra atm e martello, un ossicino dell’orecchio medio, che quindi possa cambiare qualcosa modificando la posizione della staffa e quindi agire in qualche modo sulle pressioni dell’orecchio interno? Complicato da immaginare ma potrebbe avere un senso, o magari generare un altro tipo di rumore meccanico che crediamo acufene. In alternativa potrebbe essere invece una attivazione del muscolo tensore del timpano che potrebbe avere un ruolo, e alcuni già ne parlano, nella regolazione delle pressioni dell’orecchio interno e quindi dell’idrope.

3. Stiramento della capsula articolare? Accettabile per un ronzio come nel mio caso personale ma meno spiegabile per un eventuale fischio. Nel mio caso (e quindi probabilmente non solo nel mio) è anche l’ipotesi più probabile perché inserendo un fonendoscopio nel condotto uditivo si può sentire.

4. Modifica delle apertura tubarica (anatomicamente sono in relazione)? Ci può stare, soprattutto se si accompagna a variazione della fullness (senso di orecchio chiuso) ma non spiegherebbe come l’aumento/modifica dell’acufene senza ritardo o senza latenza si verifichi esattamente con la modifica della posizione della mandibola e scompaia esattamente nel momento in cui si fa tornare la mandibola nella posizione originaria.

Quest’ultima considerazione mi porta a pensare più all’ipotesi meccanica diretta (ipotesi 2 o 3) come responsabile nella maggior parte dei casi.

Cosa si può fare a livello diagnostico?

kinesiografia.jpgIn passato faci studiare dal mio consulente gnatologo oltre 100 pazienti in sequenza con acufeni con la kinesiografia computerizzata mandibolare (vedi figura) che studia la dinamica della occlusione e l’articolazione, non riscontrando MAI (e il dato mi sorprese perché credevo che anche prendendo persone a caso nella popolazione generale ci fossero più casi positivi). Il mio onestissimo e competente consulente, Il Dott. Fabrizio Panti di Roma, che avrebbe avuto tutto l’interesse peraltro a trovare pazienti da mettere in trattamento non ne trovò nemmeno uno all’epoca nel quale fosse giustificabile mettere un bite sulla base delle alterazioni di movimento documentabili con l’esame. E questo indirettamente ci dice già che non dobbiamo ricorrere al bite come terapia che infatti è noto togliere soldi ma non acufene.

Potrebbe essere invece utile, sempre usando l’impedenziometro eseguire quel test di funzionalità tubarica già citato parlando del possibile ruolo della tuba sia con la mandibola in posizione normale sia in progenismo forzato (ovvero con la mandibola portata forzatamente in avanti) nonché a bocca aperta e a bocca chiusa, e valutare anche con una tecnica in realtà non complicata se lo si sa fare  eventuali modifiche dell’impedenza dell’orecchio medio in occasione di movimento mandibolare.

Solo che a differenza delle considerazioni su neurofarmaci e tuba qui qualunque riscontro non avrebbe alcuna applicazione pratica ai fini della terapia, visto che al paziente non credo interessi assolutamente ai fini della cura, togliere il momentaneo transitorio aumento o modifica dell’acufene nel momento in cui fa volutamente un movimento anomalo della mandibola solo allo scopo di verificare l’aumento o meno dell’acufene. A livello puramente scientifico sarebbe interessante e quindi magari perché no, chiederò ai pazienti di farlo se la cosa sarà fattibile e semplice, ma certamente non per questo ricorrerò a un bite o un intervento chirurgico per sezionare quei legamenti o il tendine del tensor timpani (sarebbe prematuro ora quanto meno in assenza di alcuna certezza), anche qualora si riscontrasse una positività di un determinato test.

Ma anche questo apre comunque un possibile futuro livello di ricerca.

CONCLUSIONE

Mentre quindi per il discorso sull’aumento transitorio e volontariamente provocabile dell’acufene per movimento della mandibola possiamo nella pratica fare ben poco, di utilità pratica e applicabile sin da ora è il ragionamento circa l’uso dei neurofarmaci a dosi variabili e sull’eventualità di impiego di mucolitici e se necessario e solo in casi selezionati dell’inserimento del drenaggio.
Se alcuni miei pazienti attuali o pregressi lamentassero nonostante la terapia ancora fluttuazioni eccessive dell’acufene tali da richiedere una cura, contattatemi per valutare anche queste possibilità a livello sia diagnostico che terapeutico

 

 

 

 

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Ecco come si deve usare l’Otovent

Un mio paziente ha fatto un video perfetto dove mostre come debba essere fatta l’insufflazione con l’Otovent..

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Raccolta firme per avere la camera iperbarica in convenzione per idrope e Meniere

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Questa iniziativa è promossa da:
Dott. Andrea La Torre
medico chirurgo
specialista in Otorinolaringoiatria
iscritto all’Albo dell’Ordine dei Medici di Parma al n.4661
www.drlatorre.info
drandrealatorre@gmail.com

PREMESSA

L’idrope endolinfatico è causa nota di acufeni, vertigini, riduzione dell’udito, Malattia o Sindrome di Meniere.

Consiste in un aumento del volume e della pressione dell’endolinfa, liquido dell’orecchio interno che può determinare i sintomi generando una disfunzione di tipo idromeccanico a carico di cellule ciliate cocleari o recettori vestibolari.

E’ noto che in molti casi si possono avere benefici su questi disturbi mediante trattamento iperbarico.

Quel che è difficilmente comprensibile è che, nonostante sia ovvio che gli eventuali benefici quali la scomparsa dell’acufene o il recupero di una ipoacusia siano dovuti alla regressione di una condizione reversibile, la maggior parte dei medici che la prescrivono sono ancora convinti che la sua efficacia consisterebbe nel superare l’ostacolo a livello della microcircolazione causante l’ischemia portando ossigeno ad alta pressione verso l’orecchio interno, cosa che non potrebbe mai agire sulle cellule ciliate e sul loro danno irreversibile sviluppatosi già, se veramente ci fosse stata una ischemia, dopo 4-5 minuti dal blocco della circolazione. Quindi in pratica, nonostante la camera iperbarica possa essere efficace solo in caso di idrope, è riconosciuta come terapia per presunte alterazioni della microcircolazione ma non per l’idrope.

STATO ATTUALE

In Italia, la terapia, altrimenti costosa, è proposta in regime di convenzione con la regione, ma quanto sopra detto crea una situazione davvero incomprensibile.
Una ipoacusia improvvisa da presunta causa vascolare viene accettata in regime di convenzione purché nel giro di qualche settimana (quando in tal caso già sarebbe tardi dopo 4-5 minuti, come già detto) mentre a pazienti con idrope certo o possibile che potrebbero trovarne probabile beneficio la cura viene rifiutata se non se effettuata interamente a carico del paziente.

OBIETTIVO

Con la presente raccolta firme si vuole tentare di sensibilizzare le regioni, con l’appoggio degli stessi centri che forniscono il servizio di terapia iperbarica in convenzione, al fine di inserire l’idrope e la Malattia di Meniere tra le indicazioni per le quali è concesso usufruire della terapia iperbarica in regime di convenzione in tutte le regioni italiane.


PER SOSTENERE QUESTA INIZIATIVA ANDATE A

https://firmiamo.it/terapia-iperbarica-per-idrope

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FIRMATE E DIFFONDETE IL PIU’ POSSIBILE

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Abstract del sito internet www.drlatorre.info (idrope.com) – versione supersintetica per lettori pigri

Acufeni, vertigini, ipoacusia, Meniere: la cura… volendo… c’è!

Gli acufeni (rumore nell’orecchio), l’ipoacusia (perdita di udito) neurosensoriale, le vertigini ricorrenti, il disequilibrio soggettivo, il senso di pressione auricolare o di orecchio chiuso (fullness) possono essere causati, isolatamente o in associazione, da una condizione reversibile  e curabile di aumento di volume e pressione dei liquidi dell’orecchio interno(nota come IDROPE) che crea una disfunzione di cellule ciliate della coclea e/o dei recettori vestibolari nel labirinto. L’idrope è la causa più frequente e l’unica curabile, ma la più sottovalutata. Presunti danni permanenti irreversibili sono solo una ipotesi mai provata. Quando tutti questi sintomi sono presenti si parla di Malattia o Sindrome di Meniere. Ma idrope e Meniere non sono sinonimi.

E’ sempre l’orecchio interno e quando è idrope si può curare.

L’idrope labirintico (o idrope dell’orecchio interno, idrope endolinfatico, idrope perilinfatico) è una condizione di aumento del volume dei liquidi dell’orecchio interno. Si tratta di una situazione anatomo-patologica ben nota e dimostrata da molti anni quale meccanismo alla base della malattia di Meniere, sebbene molti aspetti relativi alla cause primarie che ne determinano la formazione restino ancora sconosciuti. Attraverso la disfunzione idromeccanica e l’aumento di pressione che esercita su cellule e recettori, può causare ipoacusia, acufeni, vertigini, disturbi dell’equilibrio soggettivi, fullness, anche come sintomi isolati, o perfino non produrre, pur presente, alcun sintomo evidente. La scoperta (non mia!),  ormai da oltre 15 anni, del ruolo dell’ormone antidiuretico (ADH) quale regolatore dei liquidi dell’orecchio ha permesso di comprendere meglio l’idrope, almeno a chi vuole comprendere, e mi ha dato la possibilità di proporre un trattamento specifico.

Sintomi e disturbi da idrope

L’idrope, nelle sue varianti endolinfatica (per aumento del volume e della pressione dell’endolinfa) o perilinfatica (per aumento della perilinfa, il liquido non direttamente a contatto con i recettori) può essere responsabile di numerosissimi sintomi e disturbi da disfunzione idromeccanica dell’orecchio interno (acufeni, ipoacusia, iperacusia, senso di orecchio chiuso o di pressione nell’orecchio, vertigini, disequilibrio), che possono tutti essere trattati con la corretta terapia anti-idrope. Per alcuni di questi anzi, quali le vertigini ricorrenti ed il disequilibrio soggettivo, è l’unica causa possibile. Ma nessuno di questi disturbi deve essere inevitabilmente presente per poter parlare di idrope, tenendo anche in mente che spesso in epoche diverse possono presentarsi sintomi diversi.

La verità sugli acufeni e sulle “reali” possibilità di cura per l’acufene

Tutti i “veri” acufeni (che non sono veri rumori, ma solo segnali bioelettrici in arrivo all’area acustica del cervello) derivano da disfunzioni dell’orecchio interno e dell’apparato uditivo, spesso reversibili e trattabili, quando la causa è l’idrope e non vi siano solo danni permanenti, comunque mai dimostrabili a priori. Un lungo video (sul sito) vi aiuterà a capire meglio cosa sono davvero gli acufeni.
Fino a prova contraria ogni acufene, fluttuante o meno, è potenzialmente da idrope e potenzialmente curabile (SEMPRE se l’acufene è fluttuante e MOLTO SPESSO anche in caso di acufene stazionario), con una adeguata, reale, terapia anti-idrope. Ma certamente non con le molte “false terapie” oggi proposte… 

Vertigini ricorrenti e disequilibrio soggettivo. E’ sempre idrope!

Tutte le sindromi vertiginose ricorrenti o croniche, incluse quelle attribuite tradizionalmente ad altre cause, o quelle di tipo soggettivo con disequilibrio più o meno costante, che generalmente restano senza alcuna diagnosi e senza reali terapie, derivano sempre da alterazioni a livello del labirinto (orecchio interno) e sempre dall’azione idromeccanica di liquidi labirintici (idrope), e non da danni permanenti irreversibili che al massimo possono generare una singola importante crisi acuta (labirintite). Le crisi di vertigine ricorrenti e il disequilibrio sono quindi sempre da idrope e sono sempre curabili senza necessità di procedure distruttive. Per quanto la teoria della cupololitiasi e degli otoliti vaganti nel labirinto sia affascinante anche la vertigine parossistica posionale (VPPB) in realtà deriva dall’idrope.

Ipoacusia: non solo protesi! Orecchio chiuso: non solo catarro!

Non è assolutamente la regola che ad una sordità neurosensoriale debba necessariamente corrispondere un danno irreversibile delle cellule ciliate della coclea e che l’unica soluzione siano le protesi acustiche. Potrebbe esserci solo un impedimento alla normale funzione dell’orecchio interno, dovuto ad un eccesso di volume e pressione dei liquidi nell’orecchio interno (idrope), e non solo quando l’ipoacusia è fluttuante e reversibile spontaneamente.
Anche la sensazione di orecchio chiuso o di pressione nell’orecchio (fullness), associata a ipoacusia e/o acufene oppure come sintomo isolato è molto spesso idrope e non …”catarro”.

La verità sulla malattia… sindrome di Meniere

La “malattia di Meniere” in realtà non esiste!
Emeniereheader.jpgsiste la sindrome di Meniere, in quanto con la parola sindrome si intende, in medicina, un insieme di sintomi. E la Meniere è nient’altro che l’associazione, nel corso della vita, di almeno due episodi di vertigine “della durata di almeno 20 minuti”, ipoacusia, acufene, fullness, anche limitati a un solo episodio, e non necessariamente in contemporanea.
Sono passati oltre 150 anni da quando il Dott. Prospero Meniere, quel signore qui accanto, ha descritto questa “sindrome” ma ancora tra gli specialisti regna sovrana la confusione… In questa pagina (del sito), anche con l’aiuto di un video, vi chiarirò un po’ le idee… 

Come si cura l’idrope? Ecco la terapia.

“C’è qualcosa di nuovo… anzi di antico” (G. Pascoli)
idrope-terapiaIl trattamento da me ideato e proposto ai miei pazienti, prevede l’abbinamento, con modalità diverse in base ad alcune caratteristiche specifiche del paziente o dei disturbi ed ai risultati raggiunti, di diverse componenti sinergiche farmacologiche e non farmacologiche, volte a contrastare l’idrope, principalmente (ma non solo) creando un antagonismo specifico nei confronti dell’azione dell’ormone antidiuretico (ADH) che sappiamo essere il principale regolatore dei liquidi labirintici. In realtà, non c’è nulla di nuovo o sperimentale. Quel che ho fatto è stato solo modificare (spesso stravolgere) terapie già note ma inefficaci se usate isolatamente, abbinarle tra loro e valutarne gli effetti. Frequentemente aggiornata, la terapia viene già proposta dal 1998 e i pazienti trattati sono già decine di migliaia ma, purtroppo, anche se a piccoli passi (“gutta cavat lapidem” ?) e con molto ritardo altri medici iniziano a recepirne i concetti di base, ancora, in forma completa come serve davvero, la faccio solo io.


Sono riuscito a incuriosirvi?

Spero di sì… e allora non fate i pigri..:-) e andate a leggervi tutto il sito che vi può essere di grande aiuto con molte spiegazioni, dettagli sulla terapia, video e la possibilità di accedere alle domande e risposte più frequenti, e al sistema di prenotazione per avere una consulenza e avviare la terapia, nonché la possibilità di iscrivervi alla newsletter per ricevere novità e aggiornamenti.

Per accedere al sito  basta fare clic qui sulla immagine o sul link (si aprirà nuova finestra)

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VAI AL SITO WWW.DRLATORRE.INFO / WWW.IDROPE.COM

Non dimenticate poi di visitare di nuovo questo blog che contiene molti articoli di approfondimento, sondaggi e altro.

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Mal di viaggio, durante e… dopo. La chinetosi e il “mal da sbarco” sono da idrope.

La chinetosi

In italiano la chiamiamo scientificamente “chinetosi” e volgarmente a seconda del mezzo o della situazione che ci fa star male  “mal di mare”, “mal d’auto” ecc, mentre in inglese più appropriatamente è conosciuta come “motion sickness” o malattia da movimento”.

Della sua esistenza sono a conoscenza almeno per sentito dire se non per esserci passati da piccoli (e purtroppo spesso anche da adulti) in molti. Si tratta della sensazione di nausea accompagnata da altri fenomeni neurovegetativi e perfino da possibile vomito legata al movimento in barca o per strada ecc.

Quel che invece pochi sanno è che al di là di rimedi privi di ogni logica (ad esempio i braccialetti che comprimono il polso, che sebbene giudicati utili da molti) davvero non capisco come possano agire, è anche questo, nell’adulto, un disturbo di origine vestibolare legato al labirinto, ovvero all’orecchio interno e all’idrope.

E può essere curato con la terapia dell’idrope.

Questo ha fatto si che alcuni rimedi tradizionalmente adottati per questo disturbo come ad esempio i “cerotti” alla scopolamina (in Italia Transcop, inspiegabilmente ritirati dal commercio qualche tempo fa ma ancora disponibile in altri paesi) o il dimenidrato (Xamamina, Travelgum o in associazione a un inutile cinnazarizina, l’Arlevertan) siano utilizzati con successo anche nella gestione sintomatica delle vertigini.

Ho trattato molti casi con successo, cambiando letteralmente la vita e la possibilità di viaggiare a molti, sebbene più raramente i pazienti si rivolgano a me per questo disturbo, peraltro molto frequente.

In pratica al pari delle vertigini posizionali (quelle tradizionalmente e sbagliando attribuite agli otoliti, i sassolini vagabondi che se ne andrebbero in giro per l’orecchio) il problema sarebbe una inadeguata risposta asimmetrica dei due labirinti sottoposti ad uno stimolo differente per il differente carico di liquidi rispetto a quello simmetrico e fisiologico.

I recettori del labirinto infatti vengono stimolati propri dal movimento dei liquidi che si verifica con inerzia (ovvero relativo ritardo) rispetto a quello della testa e in direzione opposta. La presenza di una massa liquida aumentata modifica ovviamente questa inerzia dando uno stimolo asimmetrico.

Poiché gli stimoli del labirinto (cosa ben nota a chi soffre di vertigini) possono generare fenomeni neurovegetativi (nausea, vomito, variazioni di pressione arteriosa e battito cardiaco, sudorazione) da questa stimolazione asimmetrica originerebbero i disturbi.

Al pari delle vertigini, mantenere lo sguardo su una mira ovvero fissare con lo sguardo inibisce questi segnali ed ecco perché di solito guidando direttamente non si ha la stessa stimolazione di quanto si viaggia come passeggero.

Perché è più frequente nell’infanzia, dove l’idrope è invece meno frequente? In questo caso si ritiene che ci sia una relativa immaturità della risposta vestibolare, adeguata per stimoli “normali” ma non per le costanti sollecitazioni come quelle che si verificano ad esempio in barca o in auto.

Leggo in giro che “poiché non si riscontra nulla allo studio dell’orecchio e dell’apparato vestibolare” questo disturbo è verosimilmente di natura neurologica”.

Beh, io facendo uno studio “vero” dell’apparto vestibolare, che nessuno fa davvero, ovvero con videonistagmografia tridimensionale , OTR, potenziali evocati vestibolari, test rotatori ecc) ho SEMPRE trovato in questi pazienti alterazioni dell’apparato vestibolare e anche SEMPRE idrope alla elettrococleografia, esame ritenuto specifico per l’idrope.

Questo in realtà non vuol dire nulle perché alterazioni  strumentali agli esami si riscontrano anche n moltissimi pazienti asintomatici che non riferiscono alcun disturbo a carico dell’orecchio interno, dimostrando come la diagnosi debba essere fatta con i sintomi e semmai confermata con gli esami (che non faccio più conoscendone già l’esito a nessuno da anni) e non basarsi sugli esami senza correlazione con i sintomi (e questo vale per tutta la medicina!). Ma resta il fatto che certamente non si può affermare che non sitrova nulla nell’orecchio, come d’altronde dicono per molti altri disturbi che da questo si originano, acufeni, vertigini, disequilibrio, sensazione di fullness dell’orecchio e perfino alterazioni qualitative dell’udito.

Peraltro in moltissimi casi il paziente presenta o ha presentato in passato, ANCHE altri sintomi quali appunto acufeni, o vertigini, fullness o perfino un quadro completo di malattia di Meniere.

Altra ipotesi assurda è che ci siano malformazioni del labirinto – orecchio interno (del quale non si conosce alcuna “malformazione”). Tutto pur non di pensare all’ipotesi più probabile: se i liquidi sono i responsabili dello stimolo fisiologico in tutti, una alterazione della massa liquida può dare uno stimolo anomalo. Ma fino a che si penserà all’idrope solo in presenza di quadri completi di Malattia di Meniere da “libro di medicina” difficilmente le vedute degli specialisti si potranno allargare.

Non è raro che la chinetosi, che si verifica, DURANTE il viaggio, si possa associare al disturbo seguente, anche esso da idrope.

Il “mal de debarquement” (mal da sbarco)

Non so perché usiamo (e non solo in italiano, anche in inglese) la definizione francese invece che la sua traduzione letterale, ma di fatto questo disturbo, anche esso assolutamente dovuto agli effetti della asimmetria e della stimolazione anomala legata all’idrope, sebbene raro, esiste e viene tenuto in considerazione da pochi.

Una descrizione migliore di qualunque descrizione possa dare io la ha fatta un paziente con una mail che mi ha inviato e che mi ha stimolato a scrivere questo articolo.

Salve, sono appassionato di vela, finché attivo al timone o se la barca procede tranquilla non ho problemi, ma purtroppo se vi rimango per alcune ore (esempio la notte) subendo i dondolii incontrollati quando ferma, oppure se costretto a fare molte manovre (come sulle giostre), mi vengono le vertigini. Per fortuna mai nausee allo stomaco, ma solo dondolio che allo sbarco aumenta e poi si attenua fino a sparire entro 2-3 giorni. Quali possono essere i rimedi per evitare che ciò avvenga e mi costringa a rinunciare a tale passione?

Non avrei potuto descrivere meglio il quadro.

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Quale terapia di avvio preferite? (sondaggio)

La mia attuale terapia “standard” almeno da ottobre 2016 prevede una fase di avvio più SOFT rispetto al protocollo di terapia di base ma ovviamente scegliere un approccio meno impegnativo comporta  per molti pazienti anche minori risultati iniziali dopo la prima fase che dura comunque solo dieci giorni. Il lato positivo è che il paziente si accosta gradualmente alla terapia e spesso comunque anche la sola terapia più leggera è sufficiente, e inoltre è possibile in tal modo valutare anche la “resistenza” del problema e l’adattamento del paziente alle prescrizioni.
L’aspetto negativo però è che un tale approccio richiede più tempo  per molti pazienti prima di ottenere risultati e che il paziente deve avere una fiducia “speciale” e non avere urgenza o fretta di vedere risultati, in quanto ovviamente se facciamo MENO terapia statisticamente i risultati a breve distanza si riducono. Ovviamente poi si continua con fasi successive più intense se i risultati non ci fossero.

Anche se poi chiedo comunque quasi sempre io al paziente cosa preferisce ma dando consigli e indirizzandolo verso l’una o l’altra sulla base dell’esito della consulenza, sarei interessato ad avere l’opinione mediante sondaggio dei lettori del blog.

POSSONO RISPONDERE SOLO I VISITATORI DEL SITO CHE NON SIANO MIEI PAZIENTI CHE HANNO GIA’ FATTO TERAPIA CON ME ALTRIMENTI LE RISPOSTE SAREBBERO FALSATE DALL’ESITO STESSO DELLA CURA. Se siete miei pazienti e avete fatto terapia potete però esprimere la vostra opinione in un commento, ma non partecipate al sondaggio, per favore.

 

 

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Aggiornamento terapia gennaio 2016

Preparata la nuova versione della terapia gennaio 2016 o meglio le nuove versioni. Combinando più elementi adesso ci sono sostanzialmente cinque varianti di base più ulteriori varianti personalizzate della fase di avvio.
 
Circa i neurofarmaci sono previste quattro varianti: Con neurofarmaci dose piena da protrarre per qualche mese, con neurofarmaci a mezza dose per soli dieci giorni da protrarre a scelta, con propri neurofarmaci attualmente assunti, o senza neurofarmaci.
 
Circa la terapia cortisonica e le fleboclisi, ci sono due versioni quella di base standard “leggera” che prevede una sola iniezione di cortisone, e le due fleboclisi ma senza cortisone e solo se non è troppo complicato reperire in tempi rapidi un infermiere disponibile e quella più intensa dove i cortisonici vengono somministrati sia per iniezione che per fleboclisi che a seguire e a scalare per via orale. Generalmente la versione intensa viene proposta con dosi piene di neurofarmaci.
 
A questa varianti di base poi si aggiungono altre varianti personalizzate che possono includere o meno la ginnastica vestibolare, la terapia antichinetosi, l’eventuale mantenimento prolungato di un solo farmaco con sospensione degli altri dopo pochi giorni, terapia senza cortisone in caso di controindicazioni specifiche ecc.
 
Fermo restando il valore del mio consiglio spesso è possibile lasciare al paziente la scelta se partire con un ciclo più leggero o con uno più impegnativo, avvisando chiaramente che una terapia più leggera ha in fase di avvio meno possibilità statistiche di ottenere risultati in tempi rapidi ma comporta meno stress e che comunque si tratta di una fase di avvio… e pertanto il proseguimento viene deciso successivamente in base ai risultati ottenuti e alla facilità o meno del paziente di seguire la cura.
 
In pratica vale la regola già in atto da tempo (la terapia non è stata stavolta rivoluzionata rispetto a quando già da qualche mese in atto ma solo riordinata e spiegata meglio e non è necessario per chi la ha già avviata richiedere un aggiornamento) che si deve ottenere il massimo possibile con il minimo sforzo. Purtroppo tranne alcune situazioni specifiche non esistono elementi di previsione di quale sia l’intensità necessaria della terapia o la sua durata specifica e quindi molto conta anche la predisposizione e la fiducia del paziente nel decidere insieme come avviare, ricordando che appunto è solo una diversa modalità di avvio e non l’intera terapia che si valuta di volta in volta grazie alla facilità di accesso a i contatti con me in ogni momento e dovunque io sia o voi siate.

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Acufeni: traguardi raggiunti e sfide in corso: Parte I – Cosa sono gli acufeni?

Ho cominciato a interessarmi sistematicamente di acufeni nel 2000.  Il primo passo è stato quello di verificare cosa veniva fatto all’estero e proposto in altre lingue, visto che in Italia all’epoca a parte qualche pioneristico tentativo la situazione era ferma al palo con zero terapie effettivamente proposte.

In quest’articolo cercando di mantenermi per quanto possibile sintetico e schematico (cosa non semplice per la materia, e non semplice per la mia esuberanza caratteriale e continua voglia di spiegare 🙂 ) e facendo un salto indietro nel tempo vediamo quali domande mi sono posto e che tipo di risposte sono riuscito a dare e quali ancora cercano una risposta.

In questa prima parte parliamo della DEFINIZIONE E CLASSIFICAZIONE DEGLI ACUFENI

  • Quel che ho trovato prima di occuparmene io

    La definizione tradizionale e purtroppo ancora quella in corso, nonostante mi batta da anni per far cambiare idea è una definizione di acufene che accorpa sintomi che non hanno assolutamente nulla a che vedere tra loro.
    L’acufene viene definito come “qualunque rumore non realmente prodotto da una sorgente sonora ESTERNA al nostro corpo” accorpando in tal mondo ad esempio, fischi, fruscii, ronzii ecc che hanno non sono prodotti da NESSUNA SORGENTE SONORA né interna né esterna al nostro corpo, non sono veri “rumori” o “suoni” mancando qualunque sorgente sonora, alla percezione del battito cardiaco (erroneamente definita “acufene pulsante”) che invece ovviamente è vero “segnale acustico” percepito dall’orecchio e avente una reale sorgente sonora interna al nostro corpo, ai veri rumori meccanici prodotti dall’orecchio medio,dalla tuba o in prossimità dell’orecchio. La suddivisione dell’acufene in “soggettivo” se percepibile solo dal paziente e “oggettivo” se percepibile anche dall’esaminatore è assurda perché comporta valutazione diversa in base alla capacità dell’esaminatore di percepire e non al sintomo reale.

  • Le conseguenze della visione tradizionale

    Cercare una interpretazione comune e una soluzione terapeutica comune per sintomi assolutamente diversi che hanno una origine completamente diversa è una delle prime cause di fallimento in questo settore e fino a che questo non sarà capito non esisterà mai alcuna possibilità di standardizzare una terapia.

  • Il mio contributo e i traguardi raggiunti

    Non serviva altro che l’uso della logica per capire che stiamo parlando di sintomi diversi. Mentre nessuna parte del nostro corpo può produrre rumori di tipo continuo non intermittente (acufeni veri), nessun segnale bioelettrico, unico modo per far arrivare al cervello un segnale acustico non realmente prodotto da una sorgente sonora (ma anche la vera percezione acustica) può essere di tipo intermittente. Per cui stiamo parlando di due cose diverse che devono essere interpretate e gestite in modo diverso.
    Da tempo grazie al mio sito internet e anche mediante un video e modificando la pagina di wikipedia per quanto sia possibile agire a quel livello cerco di diffondere questo concetto, che al momento sembra sia poco recepito perfino in Italia e certamente è ignoto all’estero. Traguardo personale raggiunto da tempo quindi ma la sfida è ancora in corso. Questo diverso modo di vedere l’acufene e distinguerlo dai “non acufeni”  ha poi portato per catena logica a capire la sede di origine degli acufeni (vedi  anche https://idrope.wordpress.com/2015/07/20/acufeni-base/) e perfino a capire un possibile meccanismo in causa della percezione del battito cardiaco (vedere https://idrope.wordpress.com/2012/09/28/acufene-pulsante/

  • La sfida ancora in corso

    L’ostacolo principale da superare senza il quale ogni passo successivo diventa inutile è il far recepire questo concetto e far sì che TUTTI gli specialisti approvino questo diverso modo di definire e classificare l’acufene vero (PERCEZIONE ACUSTICA NON PRODOTTA DA NESSUNA SORGENTE SONORA) dai NON ACUFENI. Inoltre non riusciamo ancora a capire molto sull’origine dei rumori oggettivi non vascolari e non pulsanti ma sarà ben difficile arrivarci se prima non capiamo che sono altra cosa rispetto ai veri ACUFENI.

  • Il progetto per superare questo problema

    Coinvolgere i pazienti  affinché diffondano  questa informazione chiedendo loro di diffondere il video sugli acufeni da me preparato e pubblicato in rete già da anni in ogni sede possibile, sulle loro pagine facebook, sui forumRendere pubblico un breve testo contenente una semplice domanda che i pazienti devono portare al proprio specialista circa la corretta definizione di ACUFENE e chiedere al paziente di rispondere a un sondaggio indicando la risposta dello specialista.

    Per il momento l’obiettivo è quello di conquistare a questo diverso modo di vedere la definizione di acufene gli specialisti italiani tralasciando l’estero e solo se si vedrà che c’è risposta in Italia proseguire con traduzioni per altri paesi. E’ già un obiettivo piuttosto arduo da raggiungere conquistare a questo principio gli specialisti italiani.

    A BREVE VERRA’ PUBBLICATA LA SECONDA PARTE : “LA CAUSA DEI VERI ACUFENI”

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IMPORTANTE AGGIORNAMENTO DELLA TERAPIA: Miniciclo di terapia completa con neurofarmaci – basse dosi solo per dieci giorni

Avrei potuto chiamare questo articolo “Sbagliando si impara…anche quando gli sbagli sono degli altri…” 🙂

Una mia giovane paziente, ma non è la prima… ha avviato terapia senza neurofarmaci con solo dieta e cortisone ottenendo comunque un miglioramento di circa 40% degli acufeni nella fase di avvio. Come di consueto in questi casi ho avviato i neurofarmaci ma in questo caso a dose ridotta ma con l’idea di proseguirli dicendo…ci vediamo tra una settimana… Lei ha capito che dopo una settimana doveva sospendere bruscamente i neurofarmaci il che in teoria avrebbe dovuto darle problemi. E invece no…
Dopo due-tre giorni dall’avvio con i neurofarmaci l’acufene si è ridotto praticamente al 20% e non ha notato nessun problema relativamente a ansia o insonnia con la sospensione brusca (anche se un lieve ripeggioramento dell’acufene lo nota, segno che i farmaci aiutano). Ovviamente ha sbagliato e adesso infatti le ho detto di riprenderli ma mentre parlavamo mi è venuta una idea…

Al momento la mia terapia prevede o l’avvio senza neurofarmaci o i neurofarmaci per tre mesi almeno… Se davvero già pochi giorni a bassa dose possono dare un notevole risultato (ed è esperienza di molti che sia così)  e la loro sospensione brusca dopo solo 7-10 giorni non crea alcun problema perché non proporla come via di mezzo e alternativa tra il non darli per niente e darli per tre-quattro mesi… Nulla ci impedisce se non bastasse di proseguire poi con terapia normale completa, ma certamante è molto più facile per i pazienti accettare la terapia con i neurofarmaci sapendo che la si potrebbe portare avanti magari solo per pochi giorni e a bassa dose, contemporaneamente alla dieta.

Questo permetterebbe anche una gestione molto migliore e più rapida delle recidive , per le quali di solito non uso mai anche i neurofarmaci in primo approccio proprio perché convinto che una terapia con neurofarmaci debba essere fatta pe rmesi o non fatta per niente.

Ho appena parlato con il mio consulente psichiatra per chiedere se questo ha senso e si può fare e lui mi ha confermato che per un periodo così breve e a quelle dosi non si possono avere effetti da sospensione brusca in nessun caso.

Quindi ho deciso di fare un aggiornamento della terapia e di proporre una ulteriore variante, terapia standard quando ci sono problematiche tali da giustificare l’impiego dei neurofarmaci come di consueto se il paziente li accetta, avvio senza neurofarmaci se il paziente è proprio contrario all’idea di assumerli anche se a basse dosi e per un periodo di appena dieci giorni… ma anche aggiunta di neurofarmaci a basse dosi per soli dieci giorni contemporaneamente a dieta acqua e cortisone.

Vediamo che succede. Anche i miei pazienti già in terapia possono adottare questo sistema in caso di recidiva, ma magari contattatemi per i dettagli se siete già in terapia con me.

E ora mettiamo un bel sondaggio per capire l’atteggiamento generale. A chi non è mio paziente e non sa molto ancora della mia terapia consiglio però di leggere prima la terapia (http://www.drlatorre.info/terapia.html – si aprirà nuova finestra mantenendo questa) e poi partecipare

ATTENZIONE: POSSONO E DEVONO RISPONDERE SOLO

1. Pazienti che non mi hanno mai consultato
2. Pazienti che mi hanno consultato ma non hanno fatto la terapia per non prendere i neurofarmaci
3. Pazienti che mi hanno consultato, ma hanno avviato la terapia per mia scelta o per loro scelta senza neurofarmaci

NON DEVONO PARTECIPARE I MIEI PAZIENTI CHE LI HANNO PRESI (ATTUALMENTE O IN PASSATO)

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Acufeni: cosa sono? da dove vengono? (video + sondaggio)

La corretta definizione di ACUFENE (o acufeni, o tinnitus in inglese) è “percezione di tipo acustico non organizzata non realmente prodotta da alcuna sorgente sonora né all’esterno né all’interno del nostro corpo“.

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20 luglio 2015 · 16:41

C’è una relazione tra Eutirox e idrope?

tiroideUn numero percentualmente molto elevato di miei pazienti risulta essere in terapia con Eutirox (Levotiroxina, ormone della tiroide) o perché ha subito interventi di tiroidectomia o molto spesso solo quale terapia di noduli o di un ipotiroidismo vero o presunto.

Già in passato la domanda è stata posta sul mio profilo facebook, ma adesso voglio effettuare in sondaggio serio per vedere quanto pazienti visitatori di questo blog assumono in effetti l’Eutirox. In caso affermativo per favore scrivete anche qualcosa nei commenti (non è obbligatorio ma gradito) per spiegare se i sintomi sono arrivati dopo o erano già precedenti, a che dosi lo assumente, da quanto tempo, per quale motivo ecc…

E’ probabile che non ci sia una vera relazione e che semplicemente si abusi troppo di questo farmaco… anche se da precedenti studi miei e di altri sono emerse delle possibili relazioni tra idrope e anticorpi anti-tiroide e addirittura uno studio del 2004 ha riscontrato una incredibile sproporzione relativamente all’uso di Levotiroxina nel gruppo di pazienti con Meniere 16/50 (32%) e in soggetti con vertigini senza Meniere (ovvero nella loro valutazione vertigini senza sintomi uditivi, senza ipoacusia, senza acufene) 2/50 (4%). La conclusione degli autori è addirittura molto “forte” “La Meniere è associata alla correzione dell’ipotiroidismo!!” (non alla patologia della tiroide, ma alla sua correzione! ovvero all’assunzione di Levotiroxina)

Ménière's disease is associated with corrected hypothyroidism.

Arch Otolaryngol Head Neck Surg. 2004 Feb;130(2):226-8.
Prevalence of thyroid dysfunction in patients with Ménière’s disease.
Brenner M, Hoistad DL, Hain TC.
Department of Otolaryngology, Washington University, St Louis, MO, USA.

Sarebbe stato interessante anche uno studio al contrario prendendo anche chi ha solo sintomi uditivi senza vertigini ed è quello che intendo fare con questo sondaggio al quale spero rispondiate numerosi. Vi invito anche se possibile a diffondere questo sondaggio per aumentare il campione di pazienti e rendere la risposta meno casuale.

Fino ad adesso in un anno di sondaggio aperto i dati sembrano confermare una evidente prevalenza di assunzione di Eutirox tra i pazienti (il dato potrebbe essere un po’ falsato dal fatto che magari partecipano al sondaggio soprattutto i pazienti che lo assumono ma anche tra i pazienti che mi consultano la prevalenza è molto elevata) e soprattutto è evidente la discrepanza apparente tra i sintomi uditivi e le vertigini, sebbene anche questo dato potrebbe essere falsato dal tipo di pazienti che rispondono.

Al 27 ottobre 2016 queste sono le risposte di 230 partecipanti al sondaggio

Siete attualmente in terapia con Eutirox (Levotiroxina)?

NO 41.74%  (96 voti) 
SI (SOLO ACUFENI E/O IPOACUSIA) 29.13%  (67 voti) 
SI (VERTIGINI E/O DISEQUILIBRIO + ACUFENI E/O IPOACUSIA) 20.43%  (47 voti) 
SI (SOLO VERTIGINI E/O DISEQUILIBRIO 8.7%  (20 voti) 
Voti totali: 230

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L’acufene può essere l’unico sintomo dell’idrope

Finalmente un articolo scientifico che mi piace e che appoggia quel che da anni sostengo, ovvero che bisogna smetterla di identificare l’idrope solo con la Meniere… e che anche avere solo un acufene può essere l’unica manifestazione dell’idrope il che ne spiega il razionale della terapia.

Eur Arch Otorhinolaryngol. 2013 Nov;270(12):3043-8. doi: 10.1007/s00405-013-2380-9. Epub 2013 Feb 6.

Endolymphatic hydrops in patients with tinnitus as the major symptom.

Yoshida T1, Teranishi M, Kato M, Otake H, Kato K, Sone M, Yamazaki M, Naganawa S, Nakashima T.

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Sondaggio: Qualcuno vi aveva parlato di idrope prima di me?

Il mio sito principale (drlatorre.info, idrope.com) “apre” con un concetto molto importante

Gli acufeni (rumore nell’orecchio), l’ipoacusia (perdita di udito) neurosensoriale, le vertigini ricorrenti, il disequilibrio soggettivo, il senso di pressione auricolare o di orecchio chiuso (fullness) possono essere causati, isolatamente o in associazione, da una condizione reversibile  e curabile di aumento di volume e pressione dei liquidi dell’orecchio interno (nota come IDROPE) che crea una disfunzione di cellule ciliate della coclea e/o dei recettori vestibolari nel labirinto.

Attraverso un sondaggio voglio sapere se qualche specialista prima di me, vi aveva già prospettato questa ipotesi o spiegato questo concetto, o se lo siete venuti a scoprire solo da me o magari  se comunque lo avete letto prima di arrivare al mio sito o al mio blog in qualche forum o su qualche altro sito o da altra fonte. Continua a leggere

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Perché questa terapia la propongo solo io?

Nel sondaggio, al quale si accede in questo stesso blog, che io stesso ho avviato anni fa per conoscere i motivi che tengono lontani molti pazienti dalla terapia anti-idrope al momento è in testa la risposta/dubbio “Perché questa terapia la propone solo lui?

Beh.. la risposta è semplice… perchè agli altri specialisti non interessa assolutamente nulla di trovare una soluzione migliore diquelle attuali che hanno o non hanno.

E se non mi credete…basta visitare questo sito

http://idropeitalia2015.wordpress.com

dedicato alla mia iniziativa di coinvolgere gli specialisti

Giudicate voi

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SONDAGGIO: il diuretico all’orecchio fa bene o fa male?

Tra i farmaci ancora oggi più utilizzati per il trattamento della Meniere e dell’idrope  ci sono i diuretici  per via orale. I nomi commerciali per esempio dei farmaci più prescritti ai pazienti sono Moduretic, Diamox, Lasix.

Io sostengo che siano non solo inefficaci ma perfino pericolosi e che addirittura sulla lunga possano dare perfino più problemi, in particolare per quanto riguarda l’udito e l’acufene, poiché la loro azione sul rene è è elevata ma quella sull’orecchio nulla e potrebbero scatenare anche una reazione paradossa di “recupero” dell’ormone anti-diuretico con conseguente aggravamento dell’idrope.

Anni fa feci uno studio analizzando le curve audiometriche medie di pazienti trattati con diuretico per diversi mesi da altri specialisti e pazienti trattati senza diuretico, prima del mio intervento con la mia terapia. Il livello uditivo medio del gruppo trattato con diuretico era peggiore di quello relativo ai pazienti che non lo avevano assunto

Ma queste sono mie ipotesi personali derivanti dalla mia esperienza specifica mentre penso sia interessante interpellare i pazienti.

Vi prego di rispondere SOLO ED ESCLUSIVAMENTE se siete strati trattati per un periodo almeno di qualche settimana o oltre con un diuretico per via orale in compresse prescritto per idrope, vertigini, ipoacusia, acufeni e/o Malattia di Meniere o Sindrome di Meniere. Ovviamente le risposte potrebbero essere falsate dall’associazione con altre terapia concomitanti ma penso sia interessante comunque valutare che risposte emergeranno da parte dei pazienti.

 

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Chi ha paura delle fleboclisi di mannitolo? Chi le ha già fatte no di sicuro…. e ve lo racconta qui…

Mentre i diuretici per via orale, che agiscono sul rene sono assolutamente controindicati nel trattamento dell’idrope perchè generano una risposta da parte dell’ADH, i diuretici osmotici come il mannitolo soprattutto se associati a carico idrico, agiscono rendendo disponibile l’acqua extracellulare e inibendo così l’ADH.
Le fleboclisi di mannitolo, se prescritte, devono essere eseguite una al giorno per due giorni (due fleboclisi in tutto) obbligatoriamente in giorni prestabiliti, secondo regole precise di somministrazione (velocità di infusione accelerata e carico idrico associato con uno schema preciso, tre litri d’acqua da bere in un’ora e mezza prima e durante la flebo) che sono determinanti per l’efficacia del trattamento stesso.
Possono essere tranquillamente effettuate a domicilio da un infermiere o da un medico, mentre si legge un libro o si guarda la televisione, senza necessità di ricorrere a strutture ospedaliere, non comportando assolutamente alcun rischio o effetto collaterale. Assolutamente nessuno.

Eppure nonostante tutto troppo spesso ai pazienti viene rifiutata assistenza dai medici e infermieri che contattano, che per pura ignoranza o non so che altro spaventano il paziente con possibili gravi conseguenze negative che spaziano da gravi crisi ipertensive all’edema cerebrale (che invece si cura con le fleboclisi di mannitolo..devono aver invertito le righe :-)), fino al coma e alla morte… quando l’unico vero rischio è quello di farsi la pipì addosso se non si ha un bagno vicino…requisito indispensabile visto che volutamente si avrà una diuresi forzata.

E se non credete a me credete ai pazienti che le hanno già fatte che in questa pagina da adesso inizieranno a raccontare nei commenti la loro testimonianza. Qualunque altro commento diverso dalla testimonianza dei miei pazienti che deve essere firmata con nome, cognome e (se consigliate un infermiere) provincia di residenza, in questa pagina non sarà accettato. Se siete disponibili ad essere contattati da altri pazienti per aiutarli a cercare un infermiere o un medico disponibile scrivetelo apertamente qui aggiungendo la vostra mail oppure potete aggiungere direttamente i dati di chi le ha fatte per contattarlo. Grazie della vostra collaborazione.

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Il disequilibrio soggettivo cronico.. Se nemmeno sanno cos’è come possono curarlo?

Con “disequilibrio soggettivo cronico”, mi riferisco a un particolare stato di vertigine soggettiva corrispondente alla sensazione di instabilità simile a quella che si prova camminando su una superficie instabile o in una barca.

in questo caso la definizione è solo mia e non ufficiale, poichè non esistendo nemmeno una definizione univoca per indicare questo sintomo, il che la dice lunga su quanta attenzione riceva dalla medicina, me la sono dovuta letteralmente inventare io.
“Sensazione” ma non “vera instabilità”. Il paziente non ha reali problemi di equilibrio e se non ha altri limiti potrebbe perfino su richiesta stare su una gamba sola senza cadere, ma ha una costante sensazione di non essere in equilibrio o di faticare molto a mantenerlo e una costante sensazione di perdita di controllo del proprio corpo. Il che rende il suo stato di malessere “tutto suo” e se non si comprende l’origine è molto facile che venga preso da familiari e medici per “malato immaginario”, il che non fa altro che aumentare la sua frustrazione e rabbia. E’ il tipo di vertigine meno compreso dai medici, quando invece è il più facile da capire e da curare. E anche in poco tempo.
La vera e propria perdita di equilibrio, instabilità vera con impossibilità a mantenere la stazione eretta, ben più rara nella pratica clinica quotidiana di quanto non si creda, è tutt’altra cosa, e quella sì che potrebbe anche non dipendere dall’orecchio ma dal nervo vestibolare (va eseguita sempre una risonanza magnetica in questo caso, per escludere un neurinoma), o da una alterazione neurologica. Nel nostro caso invece il paziente si “sente” instabile, ma in realtà non ha nessun reale sbandamento, se non provocato da errati tentativi di correzione messi in atto incosciamente per correggere la falsa informazione che gli giunge dal labirinto (ed in particlare dal sacculo e/o dall’utricolo), la cui funzione è alterata dall’eccesso di liquidi, che crea una asimmetria tra i due lati e quindi di conseguenza una errata informazione circa la reale posizione del nostro corpo.
Il sintomo non è mai causato da una malattia neurologica o altre fantasiose malattie inesistenti e certamente non correlate, tipo alterazioni dell’articolazione temporo-mandibolare o chissà cosa altro. Non ha nulla a che vedere in particolare con la sclerosi multipla, tumori cerebrali o chissà cos’altro, peraltro regolarmente esclusi da precoci risonanze magnetiche, spesso autoprescritte e forse nemmeno necessarie.
E’ nient’altro (e mai altro) che l’espressione di una stimolazione anomala a livello dell’utricolo e/o del sacculo, i veri recettori “vestibolari” dell’orecchio interno, sani e funzionanti, ma invianti una informazione errata a causa di un eccessiva pressione esercitata dall’endolinfa, ovvero a causa dell’idrope.

utricolo

Un semplice esercizio che potete fare da soli vi chiarirà meglio le cose. Provate a mettere esattamente sullo stesso piano ad occhi chiusi una mano libera e un’altra con sopra un peso (basta un libro pesante). Non sarete mai sicuri di avere le mani esattamente allo stesso livello! Cosa che invece potete fare perfettamente se togliete il peso che rende differente il lato sinistro dal destro. Quel “peso”, esercitato sul recettore che comprime, spinge, deforma, la macula del sacculo o dell’utricolo è l’idrope, ovvero l’eccesso di endolinfa.
Ma come per le vertigini ricorrenti il recettore deve essere necessariamente vivo, integro e funzionante, altrimenti non potrebbe dare nessuna informazione né giusta né sbagliata…
E l’esito di un danno permanente non sarebbe il disequilibrio soggettivo ma una vera e propria instabilità oggettiva esattamente come avviene fino a che non subentra il compenso vestibolare (la naturale ma non immediata capacità del cervello di basarsi solo sull’informazione del recettore controlaterale se viene a mancare del tutto l’informazione da un lato).
E anche volendo ignorare qualunque ragionamento logico, ho potuto in passato dimostrare strumentalmente quanto affermo con specifici esami che richiedono una attrezzatura particolare (in particolare l’ocular tilt reaction con la videonistagmografia torsionale, ma molti altri ancora) in migliaia di pazienti esaminati. E come se ancora non bastasse il ruolo dell’idrope in tutti questi casi è confermato dall’assoluta efficacia della terapia anti-idrope specifica.

Ma non è solo un problema di orecchio, perchè in assenza di una “complicità” da parte del cervello del paziente forse il disturbo sarebbe decisamente meno avvertito. La percezione del disturbo e lo stato di invalidità sono infatti attribuibili al fatto che il cervello “crede” all’informazione sbagliata che arriva dall’orecchio e mette in atto (dapprima volontariamente ma poi anche in modo automatico e incontrollabile) meccanismi di compensazione dell’equilibrio assolutamente sproporzionati e inadeguati, proprio perché basati su una falsa informazione. Il recettore vestibolare infatti, in questo caso è stimolato dall’eccesso di liquidi e non dal movimento della testa, per cui la risposta del cervello è inadeguata alla situazione reale. E maggiore è lo stato di ansia (sempre presente e non sempre davvero solo conseguenza) e maggiore è l’invalidità che ne deriva.
Paradossalmente, il più difficile sintomo da trattare per altri specialisti è il più facile da gestire per me e quello che mi dà più soddisfazioni con la terapia anti-idrope. E non esistono altre terapie in questo caso. A meno che qualcuno non voglia tagliare il nervo vestibolare anche per questo.
Magari come primo passo basterebbe credere al paziente e cercarla davvero una causa, ragionandoci sopra ed eseguendo esami se proprio non si vuole credere a quanto sostengo io (e forse è giusto così, nemmeno io mi sono mai fidato a priori ma ho sempre verificato tutto) invece di pensare (cosa indubbiamente resa più facile dal suo stato psicologico particolare) che il paziente sia solo un pazzo e che si stia inventando i suoi disturbi.

A riprova che il disturbo è “reale” e non solo “immaginato” ci sono 5 caratteristiche tipiche facilmente verificabili in ogni paziente.

1. il sintomo può essere presente stando in piedi, camminando lentamente, perfino da seduti, e spesso il paziente sta bene sdraiato a letto (dove l’equilibrio non serve) potendo però avere piccole scosse di vertigine nel fare movimenti bruschi o senso di sprofondamento.

2. Durante una corsa regolare il paziente non riferisce alcun problema, ma al momento di fermarsi o di ripartire può avere una brusca scossa di disequilibrio o di vertigine di brevissima durata.

3. Più il paziente cerca di concentrarsi a correggere il suo equilibrio e peggio sta, proprio perchè in realtà è solo “sensazione” e non vera instabilità. In situazioni di distrazione spesso il paziente si “dimentica” il problema, cosa impossibile se ci fossero danni permanenti.

4. Spesso i disturbi sono molto variabili in giorni o in periodi diversi o perfino inclinando la testa da un lato o dall’altro, cosa possibile solo quando l’alterazione riguarda i liquidi.

5. Se si eseguono esami specifici per studiare l’utricolo e il sacculo si trovano sempre alterazioni specifiche, motivo per cui dopo anni di esami, non li eseguo più.

Per analogia con quanto avviene per gli acufeni da idrope potremmo paragonare (paragone certamente improprio, ma rende l’idea) questo disturbo, ad un “acufene vestibolare”. Perchè tra i due disturbi ci sono numerose analogie:

• in entrambi i casi infatti avviene l’invio al cervello di un segnale non corrispondente ad una reale stimolazione fisiologica.

• in entrambi i casi curiosamente la stimolazione reale fisiologica ad una certa ampiezza (rumore esterno in un caso, la corsa nell’altro) possono far scomparire la percezione del disturbo. Almeno durante la stimolazione, perché dopo, anzi, il sintomo tende generalmente a peggiorare al cessare della situazione di copertura.

• in entrambi i casi, inoltre, lo stato psicologico ansioso determina un netto evidente peggioramento del disturbo, mentre al contrario la distrazione del cervello verso altre attività ne determina generalmente la riduzione.

• e infine… in entrambi i casi la maggior parte dei medici, purtroppo, sembrano non aver capito assolutamente nulla circa l’origine di questi disturbi.

Bisogna però distinguere ovviamente dal “vero” disequilibrio soggettivo cronico le vertigini “puramente psicogene” molto più rare di quanto non si immagini o non diagnostichino i medici non sapendo cosa dire…, che caratteristicamente non hanno le caratteristiche sopra descritte.

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Come e quando si può capire se i propri disturbi sono causati dall’idrope anche senza fare esami

Come posso dare una terapia senza esami e senza guardare l’orecchio? 
Sono quello che in passato ne ha fatti e proposti di più prima di capire una cosa fondamentale! In pratica quando non è possibile riconoscere dai sintomi tipici il ruolo dell’idrope, gli esami non sarebbero comunque di aiuto nel valutare in anticipo l’indicazione alla terapia anti-idrope. E poichè la sede dei problemi di cui mi occupo è l’orecchio interno, e questo non può essere “guardato” e non ha nessuna relazione con naso e gola, non serivirebbe a nulla una visita ORL tradizionale. Ecco perchè la consulenza e l’assistenza a distanza via skype, guardandosi reciprocamente e non solo parlando, è assolutamente idonea e anzi ideale, per la gestione dei disturbi di cui mi occupo.

Perchè far spendere al paziente tempo e denaro inutile, se poi alla fine si giungerebbe alla stessa proposta di terapia?
Ovviamente chi mette al primo posto il guadagno continuerà sempre a proporvi esami, così come chi, pur non sapendo cosa dirvi, accetta pazienti su cose su cui non è competente, continuerà a dirottarvi verso altri specialisti o a prendere tempo con esami inutili per poi prescrivervi qualche integratore o qualche inutile farmaco per la circolazione e chi invece ci guadagna dal farvi acquistare qualche dispositivo, quali protesi, laser o bite.. non accetterà e spingerà mai terapie alternative. Ma se dieci anni fa per accedere a una mia consulenza con esami e terapia si pagavano oltre 600 euro e si doveva viaggiare per raggiungermi, e oggi solo 160 senza muoversi da casa, forse io non sono di quelli che mettono il guadagno al primo posto!

 

Leggete queste due parti tratte dal mio sito www.idrope.com per capire meglio come bastino i sintomi per fare diagnosi di idrope e quando questi non ce lo permettano non siano certo gli esami a dirimere il dubbio. Tendendo sempre in mente che l’idrope (strumentalmente confermato) ce l’hanno tutti i pazienti con questi disturbi, ma anche molte persone  assolutamente (per ora o per sempre) prive di qualunque sintomo E quindi il problema non è sapere se l’idrope c’è o meno, (c’è di sicuro) ma se è l’idrope la causa dei disturbi, cosa che gli esami non ci possono dire.


Sintomi fluttuanti e variabili? 
Idrope! Sempre curabili!

Tutti i disturbi fluttuanti e ricorrenti sono sempre causati dall’idrope e mai da danni permanenti, che non potrebbero giustificarne le variazioni…

Nell’ orecchio interno ci sono solo cellule ciliate o recettori vestibolari, fibre nervose (del nervo acustico o del nervo vestibolare) e liquidi (endolinfa e perilinfa)

Cellule e nervi non hanno capacità rigenerativa dopo un danno e pertanto possono dare solo disturbi permanenti,

Ne consegue che tutti i disturbi fluttuanti, variabili, incostanti sono SEMPRE derivanti, in parte o in tutto, da disfunzione dei liquidi.

Le cellule ciliate, se danneggiate, muoiono in modo irreversibile e se il sintomo derivasse da questa “morte cellulare” dovrebbe anch’esso essere inevitabilmente costante ed irreversibile.

Questa certezza d’altronde è facilmente verificabile. Non esiste alcun paziente con disturbi fluttuanti o ricorrenti nel quale non sia possibile diagnosticare anche strumentalmente l’idrope. E proprio per questo io non li eseguo più. E proprio per questo non vi serve perdere ulteriore tempo ad eseguire esami prima di avviare la terapia.
Non è assolutamente vero che l’idrope sia alla base solo della malattia o sindrome di Meniere come molti specialisti si ostinano a credere o a… voler far credere. O che idrope e Meniere siano sinonimi equivalenti, cosa assolutamente non vera, visto che la prima è una condizione anatomo-patologica che può causare sintomi, mentre la seconda è una condizione clinica derivante dall’idrope e avente determinati sintomi con determinate caratteristiche.

Non serve quindi che ci siano tutti i sintomi di una sindrome di Meniere conclamata per riconoscere il ruolo dell’idrope ed avviare una terapia. 

Oltretutto alcuni sintomi, quali le vertigini ricorrenti, incluse quelle da presunta “cupololitiasi”, il disequilibrio soggettivo o la fullness sono sempre e solo dovuti all’idrope e mai a danni permanenti, perfino quando, come nel caso del disequilibrio o della fullness, il sintomo fosse costante.
Non esistono vertigini ricorrenti da danno permanente o incurabili!

Sintomi “fissi” e invariabili?
Idrope? Forse curabili!

…ma anche in presenza di sintomi costanti e invariabili non esiste alcun modo di confermare danni permanenti e quindi di escludere l’idrope!

Quando un medico vi dice che “non c’è nulla da fare“, che “il nervo è morto“, che “il danno è irreversibile“… se lo sta inventando! Non esiste a tutt’oggi alcun esame (ad eccezione della biopsia che, distruggendo l’orecchio, avrebbe poca utilità pratica ai fini di quel paziente) che sia in grado di DIMOSTRARE la presenza di un danno permanente delle cellule ciliate o delle fibre del nervo acustico. Provate a chiedere al medico su quali basi fa questa affermazione e vedrete che non potrà rispondervi nulla se non che tutti sanno che le cellule ciliate morte non posso essere rigenerate. Verissimo! Pienamente d’accordo!
Ma chi ci assicura che ci siano davvero cellule morte? E se fossero solo impedite nella loro funzione o stimolate dall’eccesso di liquidi (idrope) che è invece una situazione curabile?

Purtroppo in questi casi non possiamo nemmeno affermare che con certezza l’idrope sia l’unica causa e che la cura potrà certamente dar risultati (come nella situazione precedente), ma perchè non provare visto che non ci sono possibili alternative prima di spingere il paziente a rassegnarsi?

Il problema, peraltro, si pone solo per l’ipoacusia o l’acufene “fissi”, stazionari, senza alcuna reversibilità spontanea, tenendo presente che ovviamente se il disturbo nostante sia sempre presente, varia di intensità o frequenza, almeno quella quota variabile, deve certamente essere dovuta all’idrope. Non è nemmeno vero che esistano cause specifiche che possono far sospettare la presenza di danni permanenti, ad esempio l’insorgenza dopo un trauma acustico. D’altronde esperienze di idrope da trauma acustico sono molto comuni se pensate a un acufene dopo un concerto o una notte in discoteca, che poi regredisce, cosa ovviamente impossibile se ci fosse stato un danno permanente. Spesso la “diagnosi” è peraltro solo l’espressione del fatto che il medico, non sapendo cosa dire, la costruisce su quel che voi stessi raccontate o su pure ipotesi prive di fondamento. Ed ecco allora che vengono coinvolti i soliti sospetti: il trauma acustico, l’età, l’ereditarietà, lo stress, la circolazione, i virus, la cervicale e perfino l’articolazione temporomandibolare e i denti, quando non si tirano in ballo il fegato e chissà cos’altro.

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Lo stress ha un ruolo fondamentale. E non lo dico solo io… Lo confermano i pazienti…

Quanti pazienti si sentono dire da un medico che non ha imparato la famosa e preziosa regola del “se non sai che dire…sta zitto!” che i loro disturbi del quale non ha capito assolutamente nulla derivano solo dallo STRESS? Molti… troppi… sopratutto in un settore come questo, dove i medici che dovrebbero stare zitti sono purtroppo, ancora oggi,  la maggioranza assoluta.

Questo comporta da parte della comunità dei pazienti, intesa in senso generale una ovvia e giustificata reazione di rifiuto del ruolo dello stress come fattore in causa dei loro disturbi. E a questo va aggiunto che, soprattutto nel mondo latino, l’errata associazione automatica tra l’avere una patologia da stress e l’avere una patologia di origine psichiatrica porta a un rifiuto generalizzato. Molti pazienti appena sentono la prime tre lettere P, S e I… si stizziscono e bloccano l’ingresso audio al loro cervello. Ho sentito sin troppe persone (il cui pensiero giudico assolutamente non condivisibile) sperare che venga diagnosticata una patologia (e prima o poi così facendo qualche medico li accontenta inventandone una su misura per loro) per quanto grave sia, pur di non accettare l’idea che qualcosa non vada “in testa” a livello psichico o di essere “stressati”. E quando riconoscono di esserlo generalmente si tende a preferire l’atteggiamento vittimistico dello stress imposto da altri, dal lavoro, da familiari, da una vita infelice ecc…, cercando di spersonalizzare al massimo il proprio ruolo nello stress e nei loro disturbi.

Ed ecco che nascono una marea di sindromi e sindromette inventate per accontentare i pazienti, nonché potenziali clienti della Medicina, si fa per dire, “alternativa”, anche se ormai sembra che la medicina davvero alternativa sia diventata quella che un tempo era quella tradizionale, nella quale il medico mette al primo posto il paziente, punta a far crescere la sua competenza, si propone con onestà…e soprattutto…pensa!
E allora ecco la fibromialgia..che poi guarda caso vede come unica terapia riconosciuta valida l’uso di psicofarmaci…, la sindrome da fatica cronica, le disfunzioni cranio-corpo-mandibolo-cervico-spinali-echissacosaltro….  e così via… Tutte patologie assolutamente inesistenti che caratteristicamente comportano una serie di sintomi inseriti tra quelli possibili che spaziano dal capello all’alluce…passando per tutti gli organi del corpo.

Il cervello ce l’abbiamo nel corpo, cari lettori…e il cervello agisce sul corpo… e quindi lo stress c’entra davvero con molte patologie e disturbi, in misura, maggiore o minore a seconda dei casi. Ma da solo senza una necessaria mediazione interna e un organo bersaglio in grado di produrre quel sintomo… lo stress di per sé non può dare alcun disturbo… e quindi un medico che si limita a dire che quel sintomo è CAUSATO SOLO dallo stress senza poi cercare di capire cosa c’è in mezzo tra lo stress e la creazione o riacutizzazione del sintomo, sta solo cercando di levarsi di torno il paziente perché non sa che dirgli oltre al costo del la parcella per la sua eccelsa “prestazione”…

Per comprendere il concetto di “necessaria mediazione” e di “organo bersaglio” ci viene in aiuto l’analisi logica di una frase esempio.
Pensate alla frase  “Il ragazzo scrive con il pennarello sul muro” e analizziamola.
Chi è che veramente scrive sul muro? Il ragazzo o il pennarello? Senza uno strumento adeguato per compiere l’azione di scrivere, il ragazzo non potrebbe scrivere assolutamente nulla. Chi SCRIVE, ovvero lascia la traccia sul muro alla fine, se ci pensate bene, è il pennarello e non il ragazzo. Il ragazzo è quello che genera il movimento del pennarello, ma chi agisce sul muro è il pennarello.
Possiamo dire che il ragazzo è l’agente o soggetto causale e il pennarello è l’agente o soggetto strumentale. Servono entrambi perché si compia l’azione finale, quelle di lasciare una traccia sul muro… E ovviamente serve il muro.

Ora immaginate di voler effettuare una “terapia” ovvero di voler impedire che il ragazzo,  con il pennarello continui a scrivere sul muro.
Che opzioni abbiamo?

  1. Potremmo spezzare le braccia al ragazzo per impedirgli di scrivere (opzione che avrei volentieri messo in pratica qualche mese fa quando a Pompei beccai un ragazzo greco di una scolaresca in gita che stava per rovinare pareti dipinte 2000 anni fa… !!!) = Eliminazione dell’agente causale. Ma altri studenti potrebbero usare lo stesso pennarello, lasciata lì, per scrivere sul muro. Rapportato alla medicina, risolvere un singolo fattore in causa se un disturbo è stimolato da molti fattori diversi risolve solo parzialmente il problema.
  2. Possiamo distruggere il muro, e rapportato alla medicina questo corrisponde all’asportazione dell’organo da dove si originano  i sintomi. Questa è la soluzione più pratica e più diretta per alcune patologie.. (pensate ad esempio all’estrazione di un dente ormai praticamente distrutto dalla carie o delle tonsille… ) ma non può essere applicato all’orecchio, ovviamente, sebbene molti si ostinino a chiamare terapia per le vertigini, ad esempio, la distruzione dell’orecchio interno mediante infiltrazione di gentamicina.. In questo caso parliamo di eliminazione dell’organo bersaglio.
  3. Oppure…  possiamo togliergli il pennarello ovvero agire sull’agente strumentale… che nel nostro caso corrisponde all’ADH, l’ormone antidiuretico, AntiDiuretic Hormone… (per chi non avesse letto consultato il mio sito http://www.idrope.com, non sforzatevi di capire e accontentatevi di sapere per ora che è il principale ormone da stress del nostro organismo, direttamente in grado di stimolare i liquidi dell’orecchio interno e ci ritorneremo in seguito).  Ma anche questa soluzione potrebbe avere effetto solo temporaneo per quanto certamente il metodo sia efficace a breve termine. Se non educhiamo il ragazzo a capire che non si deve scrivere sui muri quello vandalo è e vandalo rimane… Prima o poi troverà un altro pennarello e riprenderà a scrivere sul muro (lo dicevo io che bisogna spezzargli le braccia!!)… Per inciso al mio commento al ragazzo greco a Pompei, che proprio lui che veniva da una terra di cultura e di preziosa archeologia facesse una cosa così assurda, mi sono sentito rispondere che lo aveva sempre fatto anche in Grecia e che nessuno gli aveva mai detto nulla!!!!!!

Credo che l’esempio renda bene il concetto che quando non sia possibile agire direttamente sull’organo bersaglio, asportandolo, e nel caso dell’orecchio non si può fare, bisogna a breve termine agire sui fattori strumentali direttamente responsabili dei disturbi che vogliamo curare, ma sulla lunga anche agire sui fattori primari.

Nel caso di Meniere, acufeni, vertigini, ipoacusia da idrope o fullness, il fattore strumentale lo conosciamo, almeno in parte, ed è appunto la relazione tra ormone antidiuretico e idrope, sebbene ancora ci siano molte lacune. ma non riusciamo a individuare specifici fattori causali, ovvero gli agenti primari e apparentemente ogni sforzo in tal senso porta a scoprire centinaia di microfattori presenti in maniera disomogenea tra i pazienti. Con una evidente e costante eccezione. Lo STRESS! E anche quando vengono tirati in ballo altri fattori quali ad esempio, incidenti, operazioni chirurgiche, forme influenzali, cambiamenti climatici o di pressione atmosferica o ormonali, alla fine si tratta comunque di eventi stressanti che possono portare ai sintomi attraverso l’azione dello stress e le reazioni a questo dell’organismo, e non direttamente.

Ma cosa è davvero LO STRESS?

Tra le varie definizioni che ho trovato in giro vi riporto questa, estratta da un sito, che poi però tanto per cambiare, propone per curare lo stress inutili integratori e altri intrugli simili…

Lo stress è uno stato di tensione fisica e mentale. E’ una reazione di adattamento del corpo ad un generico cambiamento fisico o psichico.

UNA EVIDENTE E CERTA CORRELAZIONE CON LO STRESS COME FATTORE SCATENANTE INIZIALE O ASSOCIATO IN MODO QUASI COSTANTE ALLA RICOMPARSA O RIACUTIZZAZIONE DEI SINTOMI E’ DICHIARATA E AMMESSA DAGLI STESSI PAZIENTI COSTANTEMENTE.

Molte volte, attraverso il mio profilo facebook, un utile mezzo per effettuare sondaggi o migliorare la terapia, parlando con i pazienti, se si ha la capacità di ricordarsi che sono loro l’obiettivo finale del lavoro di un medico, ho chiesto quanto lo stress fosse importante ma recentemente ho fatto un sondaggio preciso.. al quale hanno risposto diversi pazienti, chiedendo un valore numerico corrispondente in percentuale al ruolo dello stress. L’esito non mi ha stupito affatto ma potrebbe stupire molti di voi.

La domanda era formulata così:

Quanto lo stress (inteso come stress psicologico puro da ansia o attacchi di panico, o di qualunque altra natura, incluse patologie concomitanti o traumi ecc, ovvero situazioni stressanti) ha influito secondo voi nella comparsa dei sintomi o nella loro riacutizzazione, in percentuale?

Escludendo i “non lo so” e uno “zero” ecco in sequenza tutte le  risposte dei 54 pazienti che hanno risposto fino ad ora (alcuni già miei pazienti e altri no):
90 80 99 60 75 90 99 99 90 95 95 80 90 90 90 100 85 100 70 90 70 90 5090 100 100 90 90 51 100 70 90 100 100 90 85 50 100 80 100 100 80 70 90 100 100 70 80 100 100 70 80 80

Impressionante! Fa una media dell’87% o se la volete leggere in altra maniera:

  • Il 61% dei pazienti ha riferito che lo stress incide almeno per il 90%
  • Il 93% dei pazienti ha riferito che lo stress incide almeno per il 70%
  • Il 100% dei pazienti ha riferito che lo stress  incide almeno per il 50%

Si badi bene che non ho chiesto quanto chi rispondeva fosse stressato… (e chi non lo è?), ma quanto aumenti specifici di stress  fossero in rapporto con i loro specifici disturbi.

Lavorando da moltissimi anni con pazienti con questi problemi a me non serviva certo un sondaggio per sapere che le cose stanno così, ma può essere utile saperlo per gli stessi pazienti.

Chiarito quindi che lo stress ha un ruolo scatenante fondamentale, il che ci permette di definire l’idrope e i sintomi da esso derivanti “malattia psicosomatica”, in che modo lo stress agisce sui sintomi avendo già chiarito che serve un mediatore e un organo bersaglio?

Poiché a volte una immagine vale più di mille parole eccone una da me preparata che risponde in modo esauriente alla domanda e fa comprendere anche perchè la mia terapia, che mediante l’uso dei neurofarmaci, ma anche soprattutto del buon rapporto medico-paziente, della fiducia assoluta in quello che si fa e nell’assenza di effetti negativi, nella continua assistenza al paziente, tiene conto anche dello stress come fattore scatenate costante, ottiene i risultati che ottiene.

idrope-terapia

Ovviamente poi ogni caso va valutato a sé e come per moltissimi casi non serve ad esempio fare fleboclisi di mannitolo e ben raramente impiego la camera iperbarica o addirittura a volte bastano pochi giorni di dieta, per altri avvio addirittura la terapia senza neurofarmaci, sebbene questi siano necessari e consigliati, non avendo peraltro effetti negativi ma dando solo vantaggi, nella maggior parte dei pazienti.

Ma come abbiamo spesso nell’esempio del ragazzo “pittore”, se non interveniamo anche sullo stress generale, e quello non posso farlo io ma solo il paziente stesso analizzando la sua vita e le sue reazioni alla stessa, se necessario con l’aiuto di qualcuno, le recidive, anche in casodi ottimi risultati diretti con la terapia, prima o poi potrebbero comunque tornare. E non posso fare certo terapia a vita nè questa, una volta ottenuta la risoluzione dei sintomi, è la mia intenzione.

In sintesi, lo stress è un fattore rilevante sotto varie forme, e l’orecchio nei pazienti che manifestano sintomi a carico di quest’organi ne fa le spese. Ma non basta curare. Bisogna anche prendere i sintomi come un campanello d’allarme che ci dice che forse, al di là di prendere farmaci o fare terapie, c’è qualcosa che non va nella propria vita e che va cambiato, almeno con i limiti di quel che si può effettivamente fare.

Per quanto riguarda lo stress da variazioni climatiche…purtroppo non possiamo fare molto, ma posso solo dire che dalle Maldive non mi ha mai cercato nessuno e che se lo facesse qualcuno è più probabile che sia un povero locale stressato dai turisti, che non uno che se ne sta bello rilassato in vacanza… (anche se a me insofferente per natura allo stare fermo a non far nulla, stresserebbe lo stesso!)…

Buona riflessione… gli spunti per farla ve li ho dati.

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Otosclerosi? Spesso la diagnosi è sbagliata, e i riflessi mancano per l’idrope

L’otosclerosi o otospongiosi è una patologia dell’orecchio medio caratterizzata dalla crescita progressiva di osso in prossimità dell’ultimo ossicino dell’orecchio medio, la staffa, che ne limita in tal modo la mobilità progressivamente. Il suo sintomo tipico è una lenta e progressiva ipoacusia, ovvero riduzione dell’udito, di tipo trasmissivo. L’unica cura possibile è l’intervento chirurgico di stapedioplastica (SPL) (stapedectomia o stapedotomia), che però deve essere fatto solo quando la staffa si è completamente bloccata, il che comporta una riduzione dell’udito di almeno 40 dB.

Se non sapete proprio nulla di come funziona l’orecchio… guardate questo video introduttivo, o vi sarà difficile capire:

Nel nostro orecchio medio abbiamo un sistema di protezione dell’orecchio interno dai rumori forti e improvvisi, il  riflesso stapediale. Un piccolo muscolo inserito sulla staffa la trattiene, limitandone in tal mondo il movimento. Questo riflesso può essere provocato appositamente con un esame specifico, l’impedenzometria, per registrare la presenza o meno di riflessi stapediali.

Tradizionalmente la diagnosi di otosclerosi viene fatta sulla base del riscontro di riflessi stapediali assenti. In caso di otosclerosi essendo la staffa bloccata  il riflesso non funziona ovvero non riesce a tirare indietro la staffa, bloccata dall’osso esuberante. Immaginate di tirare verso voi una porta che però è chiusa a chiave. Se potessimo registrare graficamente il movimento della porta non registreremmo alcun movimento, perchè le due forze si contrappongono.

Ma mantenendo questo stesso esempio, esiste un altro caso in cui pur non essendo la porta chiusa a chiave, non registrereste alcun movimento. Se la porta è già aperta. In questo caso non potete tirarla ulteriormente verso di voi. Ovvero se qualcosa dall’altra parte la ha già spinta verso il vostro lato. Un esempio alternativo può essere quello dell testa del cavallo che voi tirate in dietro mediante le redini. Se il cavallo già estende la testa indietro, non potete ulteriormente fargliela estendere indietro e quindi non registrereste alcun movimento.

Ecco come è fatto l'orecchioQuesto qualcosa che dall’altro lato, orecchio interno, spinge la staffa verso di voi che siete nell’orecchio medio può solo essere la pressione esercitata dai liquidi in eccesso nell’orecchio interno ovvero dall’idrope, in questo caso ella perilinfa, il liquido del compartimento esterno più vicino alla staffa.

Guardate la figura per comprendere meglio l’anatomia della zona.

Il meccanismo con il quale avverrebbe però questo però è pura teoria, un mio modello personale con la quale cerco di spiegare un fatto indiscutibile e riscontrato su migliaia di pazienti (me compreso):  la scomparsa del riflesso stapediale è spesso, se si ripete l’esame a distanza di tempo reversibile, spontaneamente o dopo terapia per idrope, il che esclude in modo assoluto che causa di quel riflesso assente fosse il blocco meccanico della staffa, che è irreversibile. Quindi l’idrope può rivelarsi con la scomparsa dei riflessi stapediali che non è prova certa di otosclerosi!

E se i miei colleghi avessero fatto altrettanto ovvero ripetere un esame giudicato immodificabile a priori lo avrebbero rilevato anche loro. Ma per me il concetto di “a priori” non esiste e verifico sempre tutto…

D’altronde che molti sintomi siano erroneamente attribuiti all’otosclerosi quando sono i realtà da idrope è cosa certa, se si pensa che..
1. L’otosclerosi, ovvero il blocco meccanico della staffa, da sola, non può in alcun modo dare acufeni, né vertigini, né fullness, ovvero sensazione di orecchio pieno.
2. L’ipoacusia, ovvero la riduzione dell’udito derivante dal blocco della staffa, è puramente trasmissiva e MAI FLUTTUANTE.. può peggiorare ma non può, se non sblocchiamo la staffa chirurgicamente, regredire…

C’è da dire che non raramente i due disturbi si presentano associati… Ci può davvero essere una otosclerosi, ma anche idrope.

Una ultima osservazione..i più attenti o acuti di voi, (soprattutto se avete guardato il video o sapete come funziona l’orecchio) potrebbero obiettare che se la staffa è meccanicamente spinta indietro dall’eccesso di liquidi, questo contrasta con la sua normale vibrazione e dovrebbe quindi comportare un certo grado di sordità trasmissiva… Ma infatti pur non essendo la regola questo si registra spesso, con l’esame audiometrico… ma viene erroneamente attribuito ad una iniziale otosclerosi..

Conclusione? Avete solo ipoacusia trasmissiva progressiva senza altri sintomi, senza acufene senza vertigine, con una ipoacusia già sui 40 db almeno progressiva (mai improvvisa e mai fluttuante, e riflessi assenti e vi propongono l’intervento per recuperare l’udito… ? Fatelo, quasi certamente la diagnosi è corretta e l’intervento se eseguito da chi lo sa fare davvero potrebbe  farvi recuperare l’udito senza particolari rischi. Ma prima chiedete  che vi ripetano più volte a distanza di tempo la ricerca dei riflessi stapediali. Se anche una sola volta dovessero tornare, la diagnosi è sbagliata.

Ma se avete anche solo una di queste condizioni, acufene o vertigine o senso di orecchio chiuso o bloccato o pressione nell’orecchio, l’acufene fluttua, l’ipoacusia è minore di 40 dB.. NON FATEVI OPERARE PRIMA DI AVER TENTATO TERAPIA PER IDROPE (vera!)

Piccola considerazione. Voi non lo sapete ma chi opera l’otosclerosi lo sa bene che una delle più temute complicanze, per fortuna abbastanza rara, dell’intervento è la fuoriuscita di liquido sotto pressione dall’orecchio interno che spesso comporta la sordità totale alla fine della procedura… Non dovrebbe già essere questo a stimolare la fantasia dei miei colleghi e a far pensare che forse dietro c’è un idrope?

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Novità giugno 2013 nella terapia anti-idrope

La terapia nell’attuale versione giugno 2013 non viene più avviata in modo standard per tutti i pazienti e differenziata solo successivamente come avveniva nella precedente versione del protocollo di terapia. E’ invece ora previsto un diverso modo di avvio del trattamento con una o più componenti tra quelle spiegate nella colonna di destra in questa pagina.

I criteri che vengono presi in considerazione nel corso della consulenza sono la durata dei sintomi, le loro caratteristiche, ma anche lo stress specifico del paziente e le sue condizioni psicologiche e il gardo di invalidità dei sintomi stessi e quello che la terapia stessa potrebbe comportare in termini di facilità o meno di attuazione se il paziente dovesse essere forzato a superare difficoltà o sue paure, seppur immotivate.  Ovviamente l’obiettivo deve essere la cura. Per cui, ferma restando la libertà del paziente di fare le sue controproposte, la decisione finale su come avviare la terapia  specifica o come proseguirla di volta in volta spetta a me e non al paziente, che ovviamente è sempre libero di ascoltare i miei consigli o meno.

Schema terapia idropeNella figura  viene spiegato in modo chiaro quali sono i punti di attacco della terapia nelle sue diverse componenti e come questi si inseriscano nel circolo vizioso stress – ADH – idrope – sintomi – ansia – stress. Ovviamente ci sono ancora delle zone d’ombra non chiarite, dei punti interrogativi senza risposta, ma quanto già sappiamo basta ormai da anni ad ottenere risultati  soddisfacenti nella maggior parte dei pazienti, e oggi l’obiettivo è soprattutto quello di rendere sempre più attuabile e facile la terapia.

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Se l’udito sale e scende…è SEMPRE idrope! E si cura…!

In questo post, utilizzando a sostegno solo basi di biologia, anatomia, fisiologia e patologia generale, valutando qualunque ipotesi alternativa, vi spiego perchè affermo, certo di non poter essere smentito da nessuno che:

Una ipoacusia neurosensoriale fluttuante caratterizzata da fasi di riduzione e alterazione dell’udito e fasi di totale remissione con ritorno funzionale alla normalità seppur per momenti anche molto brevi, è sempre dovuta ad una alterazione dei liquidi labirintici e non a danni che comunque non sarebbero mai dimostrabili. Continua a leggere

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Effetti collaterali e controindicazioni della terapia anti-idrope


La mia terapia, in ogni sua componente, è stata studiata proprio per non avere neanche il più piccolo rischio di conseguenza negativa, e non ne ha se si escludono possibili lievi effetti inevitabili come l’aumento della diuresi dovuto alla necessità di bere molta acqua. Continua a leggere

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Acufene dopo trauma acustico? Spesso è idrope…

Un trauma acustico non causa necessariamente un danno permanente “da rumore”, ma molto più spesso l’ unica conseguenza è solo un idrope che può risolversi spontaneamente o con l’opportuno trattamento. Continua a leggere

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La cause dell’idrope. Il ruolo dell’ormone antidiuretico (ADH).

Gli esatti meccanismi di regolazione della quantità di liquido, necessario allo svolgimento della funzione cocleare (udito) e vestibolare (equilibrio) non sono ancora del tutto noti ma quel che sappiamo ci basta per poterne ricavare una terapia. Sappiamo che un ruolo importante viene svolto dall’interazione tra l’ORMONE ANTIDIURETICO (AntiDiuretic Hormone, ADH, noto anche come adiuretina o vasopressina) ed i recettori specifici di quest’ormone che sono stati identificati nell’orecchio interno oltre dieci anni fa.

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Come funziona il labirinto “vestibolare”?

L’area del labirinto (orecchio interno) responsabile delle vertigini e del disequilibrio è il labirinto posteriore costituito da cinque recettori per lato: le creste ampollari dei tre canali semicircolari, sensibili ai movimenti rotatori e le macule dell’ utriculo e del sacculo, sensibili ai movimenti lineari e alla posizione della testa. Continua a leggere

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Lo scandalo del Tolvaptan

Il “farmaco miracoloso” anti-ADH (e quindi anti-idrope) la cui evoluzione ho personalmente seguito per anni anni (tolvaptan, antagonista recettoriale dell’ ormone antidiuretico) è già da qualche tempo disponibile con il nome commerciale di SAMSCA (Otsuka Pharmaceutical).
Ma aspettate prima di sorridere… Continua a leggere

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Quando è “vera” vertigine? Cosa sono le vertigini?

In pieno accordo con il sig. Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti, che in una sua bella canzone canta “…La vertigine non è… paura di cadere…“, la vertigine è tutt’altra cosa rispetto alla spiacevole sensazione che alcuni provano guardando dall’alto in basso popolarmente definita “soffrire di vertigini”. Quella si chiama “acrofobia” ed è un disturbo di panico correlato alla “paura di cadere”. Continua a leggere

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Vertigini ricorrenti e disequilibrio soggettivo? E’ sempre idrope!

Tutte le sindromi vertiginose ricorrenti o croniche, incluse quelle attribuite tradizionalmente ad altre cause, o quelle di tipo soggettivo con disequilibrio più o meno costante, che generalmente restano senza alcuna diagnosi e senza reali terapie, derivano sempre da alterazioni a livello del labirinto (orecchio interno) e sempre dall’azione idromeccanica di liquidi labirintici (idrope), e non da danni permanenti irreversibili che al massimo possono generare una singola importante crisi acuta (labirintite). Le crisi di vertigine ricorrenti e il disequilibrio sono quindi sempre da idrope e sono sempre curabili senza necessità di procedure distruttive.

Dott. Andrea La Torre
Specialista in Otorinolaringoiatria
www.idrope.com

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I vantaggi della consulenza a distanza con Skype

Skype (www.skype.it) è una applicazione gratuita che permette di effettuare, in modo assolutamente gratuito, collegamenti illimitati in videoconferenza di altissima qualità attraverso internet. Continua a leggere

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